26 May 2008

nel deserto dell'italica nefandezza, una voce savia

dal Corriere odierno:

La nostra vera malattia

Un conoscente della mia famiglia, collega d'ufficio di mio padre, aveva la mania dei raffreddori; stava attento ai giri d'aria e prendeva tutte le precauzioni contro infreddature e bronchiti, convinto che le malattie potessero colpirlo solo da quella parte. Morì di un cancro all'intestino ovvero, come si diceva allora, di un «brutto male». Quel signore faceva benissimo a non trascurare le eventuali minacce alla faringe o ai bronchi, spesso fastidiose e talora perniciose, ma sbagliava a sottovalutare pericoli più gravi. Anche il corpo sociale ha le sue malattie, scatenate o in agguato. La sua salute dipende da come fronteggia, previene, combatte i morbi che lo insidiano; dalla sua capacità di reprimere—tramite le autorità preposte a tale funzione — i reati nella misura stabilita dalla legge, senza indulgenze buoniste o pseudo- umanitarie e senza isterie demagogiche né pregiudizi verso alcuna categoria di persone. In uno Stato liberale e democratico non si sospettano a priori e tantomeno si vessano né i kulaki ossia i contadini proprietari, come un tempo nell'Unione Sovietica, né gli ebrei, i neri, gli immigrati, come tante volte in tanti Stati del mondo. Oggi sono gli zingari ad occupare i titoli cubitali dei giornali, con i reati compiuti da alcuni di loro e altri loro attribuiti, e con i violenti soprusi patiti da alcuni di essi. In entrambi i casi, lo Stato—e solo lo Stato, che ha il monopolio dell'uso della forza — ha da individuare e perseguire gli autori di atti delittuosi, il delinquente che ruba e molesta come il delinquente che getta bombe Molotov, contro la polizia negli anni Settanta o contro i rom oggi. Il nostro codice o meglio la nostra civiltà consentono di punire soltanto individui — rei di delitti accertati, la cui responsabilità è sempre personale — e mai gruppi o comunità, poco importa se etniche, sociali, politiche o religiose. Attentare a questo principio — prendersela con gli zingari, gli ebrei o i padani anziché con un concreto colpevole colto con le mani nel sacco, sia egli nato a Timbuctù o ad Abbiategrasso — mina alla radice l'universalità umana e in particolare la nostra civiltà, l'Occidente. Chi nega questo fondamento dell'umanità e del diritto è il vero barbaro e non ci interessa donde arrivi, dall'orto dietro casa nostra o da lontani deserti. Zingari, norvegesi, triestini o senegalesi sorpresi a delinquere vanno puniti senza riguardo alla loro diversità o povertà. Tifosi bestiali che in nome di una squadra di calcio commettono violenze contro persone o cose — provocando spesso rovinosi danni a onesti esercenti, di cui sfasciano i negozi in una ebbrezza di subumana e delittuosa ebetudine — vanno puniti con tutta la durezza consentita dalla legge e costretti a pagare sino all'ultimo spicciolo i danni arrecati, senza riguardo a chissà quali disagi esistenziali sottostanti alle loro brutalità.

Improvvisati e autonominatisi giustizieri che si dedicano a spedizioni criminose vanno puniti con esemplare severità, perché rappresentano un virus socialmente e moralmente ancor più nocivo dei ladruncoli veri o presunti che si vogliono castigare: il Ku-Klux-Klan, nato si dice alla fine della guerra di Secessione per proteggere i bianchi del Sud americano dalle violenze cui si abbandonavano alcune bande di schiavi appena liberati, è divenuto ben presto la più orrida criminalità. Uno stupratore romeno va punito per il suo ributtante reato, ma non può gettare il discredito indiscriminato sui suoi connazionali, così come i recenti assassini di Verona non possono autorizzare squadracce sguinzagliate alla caccia dei veronesi. L'attuale ministro dell'Interno, che promette pugno duro, sa bene che i pugni distribuiti con disinvoltura talvolta arrivano in testa pure ai galantuomini, perché anni fa, quando non era più e non era ancora di nuovo ministro dell'Interno, alcuni sbrigativi poliziotti gliene hanno dati pure a lui. La cosiddetta piccola criminalità non è un raffreddore, bensì una piaga sociale; gli scippatori di anziani che hanno appena ritirato la pensione mettono intere famiglie in difficoltà di arrivare alla fine del mese. La sicurezza è un bene primario; la sua necessaria e ferma tutela non è certo espressione di biechi sentimenti filistei o di astiosi pregiudizi nei confronti di immigrati ed emarginati, come troppe volte si è detto con sufficienza. Ogni problema umano e sociale non risolto comporta un tasso di devianza e di illegalità, già solo per il fatto che le leggi esistenti non riescono a risolverlo. È la globalizzazione che produce spostamenti crescenti di masse di diseredati nei Paesi più ricchi, con tutte le conseguenze che ne derivano. La globalizzazione nasce dal crollo del comunismo e dalle nuove forme assunte dal capitalismo; non sembra augurabile né possibile restaurare il primo e bloccare lo sviluppo del secondo e d'altronde non si può avere botte piena e moglie ubriaca, come dice il proverbio. L'universalità e le difficoltà di questo fenomeno planetario ci aiutano, ci costringono a toccar con mano l'interdipendenza di tutti gli uomini, l'essenziale unità del genere umano, diversificato ma organicamente unitario come un grande albero con le sue radici, rami e foglie; ci fa sentire fisicamente che ognuno di noi, come dice la Bibbia degli ebrei, è stato straniero in terra d'Egitto e può ancora diventarlo, nel domani sempre più incerto e sempre più globale, e dunque che gli stranieri sono i compagni del nostro destino. Giustamente si ricorda l'emigrazione italiana, la dura e ammirevole odissea dei nostri emigranti, stranieri spesso osteggiati nei Paesi allora più ricchi ed ostili. Ma appunto perciò occorre sapere quanto sia difficile, per tutti, essere stranieri. La retorica della diversità elude sentimentalmente il problema.

Tutti — persone, culture — siamo diversi e proprio perciò è vacuo ripetere come pappagalli questa parola. Inoltre la diversità, la particolarità non è ancora di per sé un valore; è un dato, un'identità (nazionale, politica, culturale, religiosa, sessuale) sulla cui base si possono costruire dei valori, che tuttavia sempre la trascendono, perché essere italiani, africani, buddhisti, omosessuali non è un merito né un demerito, non è cosa di cui avere orgoglio né vergogna; è un dato di fatto che va rispettato e tutelato contro chi non lo rispetta. Certamente ogni diversità arricchisce, perché si cresce uscendo da se stessi e incontrando gli altri; ogni endogamia è asfittica e regressiva, non solo quella sessuale. Ma la diversità diventa una retorica truffaldina quando viene invocata per eludere la consapevolezza dei conflitti reali che talora possono sorgere dal contatto fra culture diverse — ad esempio tra una fondata sull'uguaglianza dei diritti tra uomo e donna e una che la nega. Pure tali possibili conflitti vanno affrontati con equilibrio responsabile — e non già esacerbati col pathos spettacolare dello scontro di civiltà, che seduce con la sua visione della Storia al technicolor — ma non vanno elusi né sottovalutati. La teppa scatenata contro i campi nomadi e il clamore mediatico che le fa da grancassa rimuovono la consapevolezza di problemi ben più ardui dell'emergenza rom. Le dimensioni numeriche dell'immigrazione potrebbero in futuro aumentare sino a renderla materialmente impossibile, perché, per fare un esempio oggi assurdo, non è fisicamente possibile accogliere milioni di poveri. Si potrebbero creare, con la necessità e l'impossibilità di accoglienza, situazioni oggettivamente tragiche, in cui — come appunto nella tragedia — è comunque impossibile agire senza colpa. Anche per questo il problema non può essere affrontato con criteri diversi nei singoli Stati, ma può essere gestito solo globalmente dall'Europa, perché non è un problema italiano o spagnolo bensì europeo, se non occidentale in generale. È difficile dire se il nuovo capitalismo, che ha innescato questo meccanismo con la globalizzazione, saprà governarlo o ne sarà travolto come un apprendista stregone. È un problema ben presente nel libro di Giulio Tremonti Paura e speranza.

I rom e altri immigrati sembrano oggi la minaccia maggiore alla nostra sicurezza. «Cieca bugia, distrazione di massa dalla realtà complessiva », ha scritto Mariapia Bonanate sul Nostro Tempo. Credo che i commercianti e gli industriali taglieggiati dalla camorra o dalla mafia scambierebbero volentieri il danno, l'intimidazione — non di rado la morte — che sono costretti a subire con i fastidi di chi abita non lontano da un campo di nomadi. Come ha scritto Riccardo Chiaberge su Il Sole 24 Ore, non si sono viste squadre di cittadini indignati scagliarsi contro quartieri della camorra e non ho sentito parlare di ronde pronte a proteggere gli esercenti dai malavitosi che vengono a riscuotere il pizzo. Certo, è più rischioso affrontare i guappi che i vu cumprà e qualcuno ci rimetterebbe la pelle, ma ciò non dovrebbe scoraggiare chi vanta i propri attributi virili e trecentomila fucili. La mafia e oggi ancor più la camorra — grazie al possente libro di Roberto Saviano — sono certo intensamente presenti all'opinione pubblica: libri, film, articoli, servizi televisivi, dibattiti. Ma non scuotono veramente l'opinione pubblica; non destano — diversamente dagli extracomunitari — alcun furore, alcuna paura nei cittadini. Sono quasi letteratura, una tragedia esorcizzata dalla sua rappresentazione, dopo la quale si va tranquillamente a casa — tranne chi è minacciato o colpito dalla morte. Come quel mio conoscente, siamo più vigili dinanzi a una tosse fastidiosa che ad un cancro. Il cancro si avverte meno, forse perché ha già occupato gran parte del corpo, si è infiltrato negli organi e nei sensi che sta distruggendo, sicché, almeno sino ad un certo momento del suo lavorìo, è difficile percepirlo, così come non si vede il proprio sguardo. Un impero del crimine i cui profitti sono quelli di una potenza economica mondiale e le cui vittime sono numerose come quelle di una guerra è un cancro infiltrante, che si immedesima con una parte sempre più grande della realtà. È giusto, è doveroso curare severamente scippi, furti, aggressioni, molestie, ogni illegalità anche piccola, ma sapendo quale sia la nostra vera malattia mortale.

Claudio Magris

06 May 2008

La clau del bodisme

Encara levat de la clau... un siti dels bons!

Lama Sonam: "La felicitat està en la via espiritual"

El setembre del 2007, a Barcelona, el Dalai Lama respon rient a un periodista : "God is not my business!". N’hem volgut saber més. A Montpeller, al Centre Budista tibetà, hem trobat Lama Sonam Tshering.
Lama Sonam Tshering Lama Sonam Tshering

La Clau : Mentre que a Europa consum i materialisme són valors poderosos, què explica l'entusiasme i l'èxit del budisme ?
Lama Seunam :
"El materialisme és present al món sencer. Comprendre què és el materialisme i comprendre la via espiritual són dues coses completament diferents. El Buda Dharma, és per a nosaltres una ajuda per tal de conèixer-nos a nosaltres mateixos. Hom cerca la felicitat, que no es troba en el materialisme ans es troba en el fonament de l'esperit. De quina manera hom ho comprèn, de quina manera hom el cerca, són informacions que s'obtenen gràcies als ensenyaments del Buda. És això el budisme : trobar vertaderament com sem, la naturalesa del nostre esperit, per mor de trobar la pau, la claredat i la felicitat. Aquesta riquesa sols es troba en la via espiritual".

I doncs, en les religions occidentals, cristiana, jueva, islàmica, Déu es considera un ésser superior, inaccessible. I Buda ?
"Depèn de la manera que té la gent d'observar i de comprendre les coses. Entre els budistes, alguns consideren Buda com un déu. Però quan hom és de veres en la via espiritual budista, Buda és un mestre, una ajuda per explicar-nos com ell ha atès el desvetllament. En tot ésser hi ha una llavor de budaitat, l'important és la manera d'utilitzar-la i de fer-la funcionar. Depèn de nosaltres. En el budisme no creiem en quelcom de superior. Buda deia, "ensenyava el camí, vaig veure la manera de trobar la via de l'alliberament, us l’he presentada, ara cada u de vosaltres pot llestar d’estudiar i mirar de comprendre". Deixa una llibertat total. Per a la resta, no tinc cap jutjament sobre les diferents vies.

Com s’esdevé budista ? Quin és el camí ?
"(Riu)... Aquesta qüestió és molt comuna a Europa puix que us agrada força de fer dreceres. Fonamentalment, no hi ha una manera fer-se budista. Tot primer és qualcú que cerca a saber qui és en el món on viu. Què fa que viu en aquest planeta. Quin és el sentit de sa vida i de la seua mort. Llavors es tracta de comprendre què expliquen els ensenyaments de Buda. Cadascú tria el seu camí amb les seues preferències íntimes. Dir sóc budista per tal com practiqui el budisme, és deixar parlar el seu ego. Fonamentalment, no hi ha regles".

A les acaballes de setembre del 2007 vam veure monjos budistes afrontar la junta militar a Birmània. No hi ha contradicció amb els valors de no-violència del budisme ?
"Personalment sóc trist de veure aquesta mena de coses, però els monjos Theravada no poden ni practicar lliurement ni ensenyar la seua espiritualitat. Han manifestat a favor de la seua llibertat. Aquests actes són oposats a la via budista però ningú no sap realment el fons del problema. És tan opac com un problema de família. És també la manifestació de l'aspecte humà de l'esperit, d'on la importància de practicar sempre".

Entre Budisme i Ciència, no hi ha l'oposició que podem comprovar entre Cristianisme i Ciència. Per què ?
"Els ensenyaments de Buda tenen 2500 anys. Les noves tecnologies, els nous mètodes d'investigacions són extraordinaris i certes coses, ja explicades en l'ensenyament de Buda, d'ara endavant les coneixen els Homes gràcies a la ciència. Cal alegrar-se'n ! De fet, el que els científics qualifiquen de progrés i de grans descobriments lògics són fenòmens que poen llur origen molt lluny en el temps. La ciència bomés els donarà un nom, un títol. Però no sóc pas segur que tinguem el mateix objectiu... (Riu)".

França e los ipermercats...

Un article levat de la clau... I a pas ges d'ajustar, es talament verai!

LIDL, ED, ALDI, el cinisme comercial

El hard discount no s'estalvia ningú i és arreu. Com un signe dels temps o de la bogeria de la gent està poblant les ciutats i des d'ara també el camp, com a Catalunya nord, on els 423.000 habitants disposen de 18 supermercats LIDL!
Construcció d'un supermercat LIDL a Portvendres, Rosselló, maig del 2008 Construcció d'un supermercat LIDL a Portvendres, Rosselló, maig del 2008

El cistell de compres de la mestressa de casa francesa costa entre el 10 i el 30% més que a Espanya o Alemanya. La inflació creix a vista de nas i el preu del sacrosant petroli no deixa de pujar. El poder adquisitiu és dels més baixos. La crisi en la crisi ens envolta, amb una cantarella evident, però el mal s'ha fet violent i els remeis són de mal trobar. Com sempre en situacions semblants hi ha els qui pateixen i els qui treuen profit del sofriment dels altres. L'esperit de l'home és fecund sobretot quan es tracta de trobar mitjans rendibles per guanyar diners a costa d'aquells que en manquen cruelment.

Enciams tristos i subiogurts

En moltes zones rurals el comerç de proximitat gairebé ha desaparegut. Tanmateix els productes que s'hi compraven eren sovint de bona qualitat. Les produccions locals hi trobaven llur espai i els preus permetien que tota una cadena visqués decentment. En una tendència establerta des de la fi del decenni 1980, mentre que els centres dels pobles es moren, les rodalies veuen sortir de terra noves superfícies comercials. Són llocs mal endreçats on es barregen tots tipus de coses. Hi ha nous productes mal presentats, procedents del mateix productor, que resulta ser un desconegut total. És segur que s'hi troba una secció de llegums frescos, com en qualsevol altre lloc, però, en lloc de tranquil·litzar-nos, ens inquieta. Els llegums són minúsculs, atapeïts sota una xarxal en una barqueta de plàstic. Les patates fan mala cara i els enciams són tristos. Efectivament trobem la secció de productes làctics, però es limita a proposar formatges insípids i iogurts grassos, amb les aromes artificials. Tasteu els bescuits, les pastes, les conserves, i tota una gamma de productes anunciada com a bé de preu: llur qualitat és ben sovint discutible. Són suposadament destinats als qui no tenen mitjans per anar a un altre lloc, els que disposen d'ingressos que no autoritzen gaire cosa i que han adoptat la no-opció de sacrificar llur alimentació. En benefici de què? Sovint, de res, perquè alimentar-se ha tornat a ser per a molts el sol i únic objectiu. I els nous comerciants se n'aprofiten.

La dietètica dels salaris

A Catalunya nord es comptabilitza 18 supermercats. Fins i tot n'hi ha un a la comarca de Cerdanya en un coll de muntanya quitllat a 1800 m enmig d'enlloc. Per què allà? Per què ja 18? Per totes les raons esmendates però també perquè els nous comerciants prometen llocs de treball. La conseqüència és fàcil d'imaginar ja que els càrrecs electes no poden rebutjar una proposta d'aquest tipus en un període d'atur permanent, però, vist de prop, el quadre és tot sovint molt negre ja que aqueixes superfícies contracten poc: amb una plantilla de 5 persones n'hi ha prou per fer funcionar tot el súper. Estar-se a caixa, oprdenar les seccions, descarregar mercaderia, netejar el sòl... ho cal fercal fer tot si es vol treballar-hi de manera durable, encadenar tasques com a Mc Donald's, utilitzant cada instant de temps lliure. Cal sofrir mètodes de management innobles predicats per una direcció fanàtica, per uns salaris de misèria. A LIDL ja no es compten els acomiadaments abusius, els processos per motius d'assetjament moral al lloc de treball, i falses acusacions. A més, per a un assalariat que es revolta i denuncia públicament el sistema interna, sobre el model de l'assumpte Fatiha Hiraki, cap de botiga a Clichy-sur-Seine (regió parisenca) feta fora l'octubre de 2006, són centenars que s'agafen amb penes a llur emplego, sense dir res, perquè no tenen més opcions. Amb un cinisme extrem la publicitat ha aconseguit col·locar els béns d'equipament a dalt de la llista de les necessitats de les famílies, i aquestes degusten pastes infames davant un plasma HDMI amb TDT integrada, connectat a l'última consola de joc. Els nous comerciants ho han entès com cal. Haurà d'eixamplar els seus aparcaments.

29 April 2008

La pensée en Chine aujourd'hui


Avec toutes les âneries qu'on peut lire et entendre aujourd'hui [surtout aujourd'hui !] sur la Chine, la lecture de ce livre s'avère indispensable.
Le but avoué de ses auteurs (il y a plusieurs contributeurs, sous la direction d'Anne Cheng, auteur de la non moins indispensable Histoire de la pensée chinoise) est de tordre le cou aux délires sur l'altérité de la pensée chinoise et aux idées préconçues sur l'origine supposée de cette prétendue altérité : la « race » chinoise, la « langue idéographique » des Chinois, la « religion des Chinois », la philosophie et la science chinoises « figées depuis l'Antiquité », etc. etc.

Voici un extrait de l'introduction (par Anne Cheng), introduction qui situe immédiatement le propos de auteurs :

C'est un constat vérifié au quotidien qui est à l'origine de ce volume : celui d'un ensemble d'idées préconçues concernant la Chine qui prévalent encore en notre début du troisième millénaire, même — et, devrions-nous dire, surtout — parmi nos élites dites « éclairées » et qui, de fait,
remontent pour la plupart à l'Europe des Lumières. Pour la raison précise qu'elles sont nées et ont été soigneusement entretenues dans un milieu choisi, ces idées portent avant tout sur la manière de penser des Chinois, qui serait nécessairement différente de la nôtre, radicalement autre — qu'elle soit, au demeurant, envisagée d'un point de vue admiratif ou dépréciatif.

Au fil des trois derniers siècles qui ont vu s'élaborer et s'imposer la modernité occidentale, s'est construite, puis figée, l'image d'une Chine dotée d'une écriture idéographique, soumise à une tradition despotique et isolée du reste du monde pendant des siècles, ce qui expliquerait son immobilisme philosophique, politique et scientifique dont l'Occident serait opportunément venu la réveiller. Prenez tous ces poncifs et vous les retrouverez à coup sûr, sous des formes différentes et à des degrés divers de sophistication, dans bien des publications à succès. Ajoutons que ces dernières ne manquent pas d'exercer en retour une influence considérable sur la façon dont les élites chinoises envisagent leur propre culture, soit dans l'autodénigrement ou au contraire, depuis peu, dans une autocélébration confortée par un nationalisme de plus en plus triomphant.

28 April 2008

Le paradoxe Vert

Toujours sur le site des Verts européens, une interview très intéressante de l'eurodéputé catalan Raül Romeva. Cette partie a retenu toute mon attention :
Je trouve qu’un des plus graves échecs pour nous, Verts, c’est la contradiction actuelle qui est la suivante : plus on parle d’environnement ou de la nécessité de contrôler par exemple le changement climatique, moins on considère que c’est là une victoire des Verts. Tous les groupes politiques, parlent maintenant du changement climatique quand c’est un discours porté par les Verts depuis des décennies mais qui, jusqu’à maintenant, ne rencontrait aucun écho. Maintenant qu’on a des preuves indiscutables, tout le monde reconnaît le changement politique. Mais en même temps, si le sujet trouve sa place dans les discours politiques, les pratiques ne changent pas. Il suffit de voir les politiques mises en place qui sont tout à fait contraire au principe de protection de l’environnement. Ces politiques ne sont pas ambitieuses, on le voit par exemple dans le contrôle des émissions de CO2. C’est un échec. Le problème c’est que les gens croient que les institutions font beaucoup pour la protection de l’environnement, quand en réalité ce n’est pas le cas. Et quand nous les Verts critiquons certaines décisions qui sont présentées comme étant pro-environnement, on nous répond que tout est déjà fait.

Je pense que c'est en effet là le grand paradoxe des Verts ; notre victoire morale mais notre défaite politique. Jamais comme avant ces municipales on n'a parlé d'écologie, et pourtant nous avons fait des scores minables. Comme le dit Raül Romeva, tout le monde a l'écologie à la bouche, et donc les électeurs ne nous perçoivent plus comme étant porteurs de ce message, de ce combat.
C'est là-dessus qu'il va falloir se battre et -- pour paraphrases un homme politique pourtant odieux -- faire que les électeurs préfèrent l'original à la copie.

Les agrocarburants : le grand foutage de gueule

Analyses à lire dans la note n°24 du site des Verts européens.

Quelques extraits :
  • Le bilan énergétique global des agrocarburants est plutôt mauvais. Le rendement varie significativement en fonction du produit de base utilisé : un litre de pétrole consommé dans le processus de production permet de produire entre 1,4 et 2 l d'éthanol-betterave, environ 1,5 l d'éthanol-maïs, 2 à 3 l de diesel-colza et 7 à 8 l d'éthanol-canne. Cette production implique souvent des transports longue distance.
  • Un plein de 50 l d'agrocarburants représente 226 kg de maïs, soit l'équivalent des besoins annuels d'un enfant au Mexique.
  • La production des cultures énergétiques dans les pays du Sud a un impact désastreux sur l'environnement et la biodiversité. Elle constitue une des principales causes de la déforestation et de la dégradation des sols. La production du palmier à huile, en particulier, est à l'origine, en Malaisie et en Indonésie, de la destruction d'immenses zones de forêt primaire et de l'asséchement des marais et tourbières -- des milieux abritant une biodiversité animale et végétale inestimable.

22 April 2008

Incendi de la mosqueta de Colomièrs: non a l'intolerància religiosa!

Iniciativa per Occitània, lo laboratòri politic, cultural e social occitan, condemna amb fòrça e energia l'incendi criminal de la mosqueta de Colomièrs (forécia de Tolosa, Lengadòc).

Se, de segur, combatèm totes los fanatismes, quines que sián, nòstre laboratòri apara la libertat religiosa, confòrma a las valors occitanas de tolerància e de dialòg intercultural, fondamentalas dins nòstra civilizacion dempuèi l'Edat Mejana.

Exprimissèm doncas nòstre sosten total als musulmans occitans de Colomièrs e d'endacòm mai, que lor cal garentir los dreches de practicar dignament sa religion en seguretat, e rebutam tota islamofobia.

L'Occitània que volèm bastir, diferenta de l'ideologia francesa uniformizadoira, respectarà totas las cresenças e las non-cresenças e encoratjarà lo respècte mutual dels cresents e non-cresents.

FREE OCCITÀNIA!
Lo 21 d'abril de 2008,
Iniciativa per Occitània

Aimé Césaire, lo conquistaire de l'autoestima, e la lucha d'Occitània

Iniciativa per Occitània, lo laboratòri politic, cultural e social occitan, s'assòcia a la dolor del pòble martiniqués per la mòrt d'Aimé Césaire, lo 17 d'abril passat.

L'umanitat pèrd un grand poèta,mas tanben un combatent visionari de la libertat dels pòbles. En fargar lo mot «négritude» (negritud), dins los ans 1930, capitèt de cambiar lo tèrme racista e colonialista de "nègre" (negràs) en afirmacion de se, e tornèt bailar als negres de Martinica e d'endacòm mai son autoestima. Los d'Iniciativa per Occitània sostenèm lo combat dels negres que uèi luchan de mai en mai eficaçament per far respectar sos dreches e sa dignitat, en particular sostenèm los dreches dels occitans d'origina negra que vivon en Occitània e saludam l'emergéncia del Conselh Representatiu de las Associacions Negras (CRAN).

Lo combat d'Aimé Césaire per l'autoestima dels negres es tanben nòstre. D'en primièr, los occitans nos podèm reconéisser dins lo retrach que faguèt del «negràs» en 1943: «Le nègre c’est aussi le juif, l’étranger, l’amérindien, le gitan, l’indien, l’analphabète, l’intouchable, le différent, le voisin…, bref celui qui, a priori, de par son existence même menace, est exclu, marginalisé, oublié, sacrifié.» ("lo negràs es tanben lo josieu, l'estrangièr, l'amerindian, lo caraco, l'indian, l'analfabèt, l'intocable, lo diferent, lo vesin..., valent a dire lo que, a priòri, pr'amor de sa quita existéncia amenaça, es fòrabandit, marginalizat, oblidat, sacrificat"). Puèi, son refús, unanimament saludat, de tot òdi rejonh las valors de l'umanisme occitan, que lucha per la libertat d'Occitània sens caire dins la violéncia e respècta sempre las personas. Enfin, la literatura, dempuèi los trobadors, jòga un ròtle central dins l'afirmacion de nòstra identitat: se tròban de problematicas pròchas d'aquelas de Césaire dins las òbras de Joan Bodon, Max Roqueta o Robèrt Lafont.

Uèi, totes los politicians franceses celèbran la memòria d'Aimé Césaire: lor volèm ça que la ramentar qu'aquel omenatge serà una recuperacion ipocrita se l'estat francés negligís lo messatge del poèta en contunhar de refusar tot bilanç critic del colonialisme e de mespresar sas minoritats nacionalas, coma la nòstra, l'occitana. Per aiçò, los «negrasses» occitans exigissèm de l'estat francés la reconeissença oficiala d'Occitània, de sa cultura e de sa lenga, victimas d'una politica multiseculara d'assimilacion.

Subretot, nòstre laboratòri, en seguir l'exemple d'Aimé Césaire, lucharà per l'autoestima d'Occitània, per que los occitans ajan pas pus vergonha de sa lenga e de sa cultura, per que las pòscan conéisser, per que sián fièrs de son país, Occitània, e que se bailen los mejans per tornar conquistar sa dignitat. Cridam totes los occitans e totas las occitans a se batre amb nosautres!

FREE OCCITÀNIA !
Lo 20 d'abril de 2008,
Iniciativa per Occitània

18 April 2008

extraits du chat de Matthieu Ricard sur lemonde.fr

Jopaselu : Quelle est la position exacte du gouvernement tibétain en exil sur l'indépendance ou l'autonomie du Tibet, mais aussi sur le boycott de la cérémonie d'ouverture des JO (et non le boycott des Jeux) ?

Matthieu Ricard : Le dalaï-lama a dit d'innombrables fois que quel que soit le passé, même si le Tibet, du point de vue du droit international, est une nation occupée, du fait que le Tibet a été coupé de la mer et peu développé, on pouvait voir un aspect positif des choses à ne plus demander l'indépendance. Et comme Deng Xiao Ping l'a dit, mis à part l'indépendance, tout pouvait être discuté avec le dalaï-lama. Sur cette base, celui-ci a dit : renonçons à l'indépendance et discutons d'une autonomie dans laquelle les Tibétains pourraient gérer leurs affaires intérieures (éducation, culture, religion), et laisseraient au gouvernement central les affaires extérieures et la défense.

L'étape suivante serait que le Tibet soit une zone de paix entre les grandes puissances de l'Asie. Le dalaï-lama a toujours dit qu'il fallait un engagement positif avec la Chine, qu'il n'était pas en faveur du boycott, qu'il fallait s'ouvrir à la Chine en espérant qu'elle allait se libéraliser.

Cela dit, il a dit qu'on ne pouvait pas reprocher aux gens de manifester leur indignation devant la tragédie qui, de nouveau, a affecté le Tibet, mais que lui ne demandait pas le boycott. Ce qui semble plus constructif, ce serait de dire : oui, nous participerons aux Jeux et à l'ouverture, à condition que vous entamiez un dialogue avec le dalaï-lama avant les Jeux.

Jean-Louis P. : Ne pensez-vous pas que les Chinois, dans leur grande majorité, ont l'impression qu'on cherche à les humilier et à gâcher une fête sportive qu'ils ont durement préparée ?

Matthieu Ricard : C'est exact, mais c'est principalement dû à la façon dont sont présentées les informations dans les médias chinois, où l'on donne l'impression que le soulèvement qui se produit encore en ce moment dans toutes les régions du Tibet serait en réalité le fait de quelques voyous tibétains qui auraient des pensées racistes à l'encontre des Chinois. Alors que c'est en fait un acte de désespoir à la suite de cinquante ans d'oppression qui ne se relâche pas, et dont la nature est complètement inconnue du peuple chinois, du fait qu'il y a un contrôle des médias qui n'existe pratiquement nulle part ailleurs dans le monde, ce que confirment tous les correspondants de presse qui vivent en Chine.

Benjamin : Que pensez-vous des actions de Reporters sans frontières ?

Matthieu Ricard : Je pense qu'il est nécessaire en ce moment d'utiliser tous les moyens possibles et raisonnables pour maintenir la pression sur la Chine, notamment afin qu'un dialogue s'ouvre avec le dalaï-lama avant les Jeux. Et en particulier en ce qui concerne les manquements aux droits de l'homme qui ont lieu en Chine.

Merci de vous sentir concernés par cela. C'est la première fois depuis la loi martiale de 1989 que le monde s'émeut autant de ce qui se passe au Tibet, et espérons que ces Tibétains ne seront pas morts en vain et qu'un progrès constructif pourra s'ensuivre, principalement l'ouverture d'un dialogue avec le dalaï-lama. De sorte qu'à la fois le sort des Tibétains soit enfin amélioré, et que le peuple chinois lui-même trouve sa satisfaction dans des Jeux qui se dérouleraient à peu près normalement.

Quant au gouvernement chinois lui-même, on n'a pas beaucoup de compliments à lui faire. Tout ce qu'on peut lui souhaiter, c'est qu'il s'ouvre finalement à un monde de tolérance et de dialogue. Mais pour cela, il a beaucoup de chemin à parcourir.

15 April 2008

LA SINISTRA È MORTA!!!

Pauroso: non ci sarà neanche un parlamentare di sinistra [il PD è di centro-sinistra non di sinistra, e non è laico] nella prossima legislatura. Nessuno. Zero. Nisba. Né comunisti, né socialisti, né verdi. I cattolici potranno finalmente farsi i beati cazzacci loro in santa pace, non ci sarà nessun laico a dargli fastidio.
A me che mi sento vicino alla sinistra radicale fa strano dover citare Boselli, ma condivido pienamente:
[da la Repubblica di oggi:]
Con le sue decisioni [Veltroni] ha spalancato le porte del governo a Berlusconi e gli ha consegnato il paese per i prossimi 10 anni. Oggi ci troviamo di fronte alla più grande sconfitta della sinistra italiana dal '48 ad oggi.

13 April 2008

Le syndrome du Titanic ?

Tiré du Monde libertaire n°1508 du 13 au 19 mars 2008

IL EST DE BON TON, dans les colonnes d'une presse aux ordres (et aussi, parfois, dans le Monde libertaire) d'évoquer la « débauche de catastrophisme » , notamment écologiste, comme technique de domination, de stigmatiser un goût macabre pour les pronostics les plus sombres, l'excès, l'extrémisme, la recherche du sensationnel, la démagogie, le gouvernement par la peur, et principalement l'utilisation des craintes ancestrales de l'homme liées à la question climatique. Il est vrai qu'il est souvent inopportun d'être catastrophiste : quand un individu se jette du 15e étage, au moment où il passe devant le 1er, tout se passe encore très bien!

Et si, pourtant, c'était l'inverse! Si, comme l'orchestre du Titanic jouant en attendant une fin certaine, nos bateleurs d'estrade nous divertissaient en attendant le naufrage? Si le GIEC n'est pas indemne d'erreurs de méthodologie, d'approximations, d'interprétations un peu hâtives, faut-il ignorer l'influence du lobby qui s'acharne à nier l'importance du réchauffement climatique, à exploiter les zones d'incertitude pour entretenir le doute ? Faut-il détourner le regard des milliers de dollars offerts par de grandes entreprises pour discréditer des rapports trop sombres à leur goût? L'attitude majoritaire, chez les dirigeants, ne consiste-t-elle pas à nier l'évidence, à rassurer à tout prix, à minimiser les risques, à masquer les périls, à voiler les avertissements, à dissimuler les signaux qui clignotent, à étouffer les alarmes qui se multiplient, quitte à infantiliser l'individu. « Il n'y a rien à penser, rien à critiquer. Tout va bien, nous maîtrisons la situation: consommez tranquilles ». Les citoyens sont-ils moroses? On fait miroiter une augmentation de leur pouvoir d'achat par une relance de la croissance. L'obsession du pouvoir en place n'est-elle pas, précisément, d'inciter à l'indifférence, d'anesthésier la conscience, de dissoudre la faculté de juger, d'effacer la mémoire, de diluer le souvenir? Langue de bois destinée à tromper la vigilance, discours d'autosatisfaction qui invite à la politique de l'autruche. Désinformation, silence, mensonge, décervelage, bourrage de crâne des « communicants » qui mutilent la pensée.
Quand cet allumé d'Yves Coppens, professeur au Collège de France, écrit: « Qu'on cesse donc de peindre l'avenir en noir! L'avenir est superbe », alors que le prix du pétrole va bientôt plonger des millions de foyers dans la précarité, sinon dans la misère, quand cet abruti de Pr Pellerin laisse entendre que le nuage deTchernobyl a contourné la France ou quand des experts affirment que l'augmentation du nombre de cancers est due à l'allongement de la vie plutôt qu'aux polluants, s'agit-il d'attiser la peur ou de favoriser le sommeil? Quand les académiciens arrogants taisent les menaces et les dégâts des nitrates, de la dioxine, de l'amiante, du nucléaire, des OGM ou des nanotechnologies, défendant ouvertement les intérêts des industriels, s'attachent-ils à alerter ou à endormir? Faut-il rappeler que l'Académie de médecine estime que le principe de précaution constitue « une pression dangereuse sur la décision politique », « un obstacle à la démarche scientifique et aux innovations technologiques »?
Combien de chercheurs ont vu leur carrière brisée parce qu'ils s'obstinaient à crier la vérité, à démontrer la toxicité d'un produit, à mesurer l'impact d'une pollution? S'il fallait véhiculer la peur, on les aurait encouragés. Comment réagissent les pouvoirs publics à chaque scandale (sang contaminé, vache folle...), sinon par une tentative d'étouffer l'affaire? Une note confidentielle saisie, en 1996 à Bruxelles, dans un bureau de l'administration européenne, disait textuellement: « Il faut avoir une attitude froide (au sujet de la vache folle) pour ne pas provoquer des réactions défavorables sur les marchés. Il ne faut plus parler de cette maladie. Nous allons demander au Royaume-Uni de ne plus publier ses recherches. Il faut minimiser cette affaire en pratiquant la désinformation. Il vaut mieux dire que la presse a tendance à exagérer. » Peut-on être plus clair? Le 20 septembre 2003, Chirac, Blair et Schröder, agissant en véritables porte-parole du lobby de la chimie, écrivaient au président de la Communauté européenne, pour se dire préoccupés par le projet REACH, qui visait à passer au crible des tests de toxicité les 30000 substances sur le marché: « Nous estimons que la procédure d'enregistrement envisagée sera trop bureaucratique et inutilement compliquée »!!! Ainsi, il vaut mieux sauver les profits des multinationales qu'alerter la population sur les risques qu'elle encourt! Par ailleurs, pourquoi le secret entoure-t-il, entre autres, les dégâts causés par les maladies dites « iatrogènes » (c'est-à-dire provoquées par le praticien, les soins ou les médicaments) ou les méfaits de la vaccination? Quand on sait que le marché mondial pharmaceutique s'élève aujourd'hui à 650 milliards de dollars, on comprend mieux!
Enfin, que peut-on dire des auteurs dont les écrits relèvent du négationnisme: Luc Ferry, Le Nouvel Ordre écologique, Pierre Kholer, L'imposture verte, Jean-Jacques Brochier, Danger! Secte verte, Jean-Paul Croizé, Écologistes, petites esbroufes et gros mensonges, et beaucoup d'autres. L'un des plus gravement atteints, c'est Claude Allègre, qui a déjà commis Ma vérité sur la planète. Ce grand pourfendeur de mammouth entend dénoncer l'écologie de la peur et de l'antiprogrès. Il prône une « écologie réparatrice », c'est-à-dire une fuite en avant technologique, un délire techno-scientiste qui camoufle les vrais responsables, disculpe les pollueurs.
Certes, le gouvernement par la peur existe pour assurer la domination des classes dirigeantes. Mais les « démocraties libérales » ont privilégié depuis longtemps les tisanes du soir aux vertus soporifiques, les somnifères ou les tranquillisants au détriment des substances qui tiennent éveillés. La seule vraie peur que distille le pouvoir, c'est celle de l'autre, de l'étranger, du déviant, de l'hérétique, du jeune de banlieue, du petit délinquant. La peur de voir détériorer le bien matériel, de voir violée la propriété privée.
Pour se convaincre que l'intention des décideurs est d'hypnotiser plutôt que d'effrayer, il faut lire le livre récent d'Armand Farrachi Petit lexique d'optimisme officiel, qui montre que le but de l'offensive sémantique, du linguistiquement correct est bien d'abuser les foules en désignant en termes positifs des phénomènes plutôt négatifs. On ne dit pas saccager la nature mais valoriser les ressources, aménager le territoire. On ne dit pas réformer mais moderniser. On ne dit pas licenciement massif mais plan social. On ne prononce pas patron mais employeur. On ne parle pas de cheminement aléatoire de la science mais d'avancées scientifiques. On ne dit pas chasseurs mais gestionnaires de la faune sauvage. On ne rase pas une forêt, on la régénère. On n'évoque pas la guerre mais l'intervention humanitaire.

À qui profite le crime?
L'objectif - voire l'obsession - c'est, bien entendu, le maintien de l'ordre établi, la stabilité des hiérarchies, la préservation des privilèges, la consolidation des fortunes, la durabilité du capitalisme, mais pas seulement. Parce que, parmi les détracteurs du « catastrophisme » , se trouvent nombre de scientifiques, quelles que soient leur opinions politiques. Pour ces technophiles incorrigibles, chaque innovation techno-scientifique ne pouvant être qu'un « progrès », toute contestation portant atteinte à l'infaillibilité de ladite techno-science, ne peut être que de l'obscurantisme, du passéisme, des propos archaïques, de la prose de réactionnaires, du pessimisme excessif, une nostalgie pathologique. La science n'est-elle pas le « discours compétent sur le monde social » ? Sus donc aux oiseaux de malheur!
Comme si le doute sur la raison toutepuissante, la reconnaissance des limites physiques de la planète, de la finitude - et donc la conscience de la mort - portaient un coup fatal au délire prométhéen de dominer la nature, et même peut-être seulement de la connaître. La remise en cause est toujours une démarche douloureuse, et le scientisme est un savoureux opium. C'est d'ailleurs pourquoi la décroissance constitue aussi une cible privilégiée de la part de nombreux scientifiques. Le fait de posséder un niveau bac + 8 autoriserait-il à prendre les autres pour des imbéciles, et faudrait-il laisser une cohorte de Frankenstein, accoucheurs de monstres, transformer la science en instrument d'asservissement et la vie en cauchemar? Certains sont toujours prêts à servir la cause écologique... mais ne manquent jamais d'asséner des coups perfides à ceux qui la défendent.
C'est précisément parce que le silence a pesé sur la tragédie en gestation que les dégâts ont atteint une telle ampleur. Si les médias nous abreuvent aujourd'hui de réchauffement climatique, entre autres, peut-être est-ce parce que la situation est si préoccupante (et pas seulement dans ce domaine) que la panique s'empare des milieux dirigeants qui ont toujours nié une réalité qui s'aggravait, et qui vont devoir annoncer brutalement que l'on se trouve au bord du gouffre. L'exercice s'avère périlleux.

Jean-Pierre Tertrais
Groupe La Sociale, Rennes

12 April 2008

blablabla hebdo

Malgré son titre affreux, il s'agit d'un nouvel hebdo de qualité, principalement axé sur la critique de la presse écrite et télédiffusée. Le contenu du journal est assez "poil à gratter" [au sens de dérangeant, pas de rigolo] et dit pas mal de choses qui ne doivent pas plaire dans le Landerneau des media bien-pensants. D'où le silence assourdissant qui a accompagné la naissance du titre...

Le numéro actuel (n°3), en kiosque, risque bien d'être le dernier si on ne le soutient pas. Courez l'acheter !

Tibet e Occitània: lo meteish combat per la libertat

Iniciativa per Occitània, lo laboratòri politic, cultural e social occitan, exprimís sa solidaritat amb lo pòble tibetan dins sa lucha per la libertat.

Se de pertot s'auça la protestacion contra la politica brutala del govèrn chinés, que dempuèi son invasion de Tibet en 1950 reprimís amb ferocitat los militants de la causa tibetana e lor refusa tota expression democratica, nòstre laboratòri vòl ça que la ramentar la situacion d'Occitània al pòble occitan, a l’estat francés e a l'umanitat.

La nacion occitana viu dempuèi de sègles entre quatre estats (espanhòl, italian, monegasc e mai que mai francés). Malgrat una cultura rica dempuèi l'Edat Mejana (coma lenga dels trobadors), sa lenga e sa cultura tenon pas cap de reconeissença, a despart d'una proteccion dins las Valadas alpencas de l'estat italian e d'un estatut oficial dins la Val d'Aran (Catalonha, estat espanhòl). Quand la secretària d'estat francesa als dreches umans ditz al jornal Le Monde, dins son edicion del 5 d'abril, que l'ensenhament del tibetan se marginaliza en Tibet pr'amor de la politica chinesa, que la cultura tibetana patís una mena de folclorization, sos arguments se poirián repetir, amb encara mai de fòrça, contra França.

D'efièch, França, la pàtria autoproclamada dels dreches umans, refusa tota oficialitat a l'occitan en Occitània, entrepacha son ensenhament, ignòra e fa ignorar la cultura occitana, la folcloriza (« l'accent », lo solelh, la petanca, eca.) e dividís Occitània entre regions e departaments gaireben totes artifials. Se pòt dire, doncas, sens cap d'exageracion, que nòstre país patís un genocidi cultural, dins de condicions piègers que Tibet, en defòra de la brutalitat de la dictatura, ja que lo tibetan i es cooficial e quitament mai ensenhat e difusat que l’occitan en Occitània.

Per aiçò, Iniciativa per Occitània :

- exigís als estats, e en particular a França, la fin de la politica d'assimiliacion culturala d'Occitània, en bailar enfin a l'occitan un estatut oficial e un aparament vertadièr de sa cultura e de son istòria.

- crida los que luchan per la libertat de Tibet a combatre per que l'assimilacion culturala que denóncian en Tibet s'acabe en Occitània.

Iniciativa per Occitània
l'11 d'abril de 2008

En 2009, manifestem a Marselha per l'occitan

A l’ora d’ara, lei movements occitanistas se concèrtan per organizar una manifestacion gròssa en favor de l’occitan en 2009, en seguida dei succès de Besièrs en 2007 e de Carcassona en 2005. Iniciativa per Occitània, lo laboratòri politic, culturau e sociau, prepausa de se retrobar a Marselha en 2009. La chausida de Marselha presenta mai d’un interès estrategic:

  • Marselha es la vila pus granda d’Occitània amb una aglomeracion d’un milion d’abitants. La visibilitat d’una granda manifestacion occitanista dins aquela vila seriá un atot important, mai que mai s’avèm l’objectiu d’egalizar o de despassar lo nombre de 20 000 manifestants obtenguts en 2007.
  • Marselha es un luòc “centrau” en tèrmes de demografia, pas solament per lo pes de son aglomeracion, mai tanben perque se tròba au centre d’una zona de poblament dens. Es enrodada per d’autrei metropòlis regionalas occitanas de mai de 100 000 abitants (Ais, Tolon, Avinhon, Niça, Nimes). E mai que mai, Marselha es la capitala administrativa de Provença, la region mai poblada d’Occitània.
  • Marselha es un luòc “centrau” en tèrmes d’organizacion dau territòri, que facilita l’arribada d’un grand nombre de manifestants: es aisat de i accedir en autoestrada, en tren e en avion. Ten de relacions dirèctas amb de grandei metropòlis occitanas coma Niça, Tolon, Ais, Avinhon, Nimes, Montpelhièr, Tolosa e Bordèu, e mai amb la capitala catalana Barcelona. Es tanben pròcha dei Valadas aupencas de l’estat italian que l’occitanisme i es dinamic.
  • Marselha concentra fòrça antenas dei mèdias occitans, francés e internacionaus, fòrça mai que dins totei leis autrei vilas.
  • Es important de capitar una mobilizacion en Provença per far venir encara pus massissament lei manifestants d’aquesta region, que son fòrça nombrós, ja que venguèron en massa a Besièrs e Carcassona.
  • Es important de far l’eveniment en Provença per demostrar l’estacament d’un grand nombre de gents a la lenga occitana, a son unitat e a l’apertenença dau provençau a l’occitan. E tanben per afeblir lei partisans dau secessionisme lingüistic.
  • Es important de far una demostracion de fòrça en Provença per quichar lo conseu regionau de Provença a sostenir pus activament e pus positivament la lenga occitana. Ara Provença es la region occitana mai rica e pasmens es una dei mens activas per la cultura d’òc. Tanben es l’escasença de ramentar la promessa que la region de Provença faguèt en 1998 d’acordar un budget enòrme per l’occitan, un promessa jamai realizada après dètz ans.
  • Es l’escasença de prepausar a la region de Provença de s’investir enfin pus positivament dins lei programas interregionaus qu’agropan lei regions occitanas e catalanas, e ansin d’afortir son ròtle essenciau en Occitània, dins l’Espaci Latin Centrau e en Mediterranèa.
  • Una tresena manifestacion en zòna lengadociana, après Carcassona e Besièrs, seriá una error grèva d’imatge e d’estrategia que riscariá de rendre invisibla la vocacion multiregionala de l’occitanisme. E donariá d’arguments ais enemics de la lenga nòstra, que la recuperacion ne seriá entrepachada.

Iniciativa Per Occitània s’aprèsta a sostenir e a collaborar amb totei leis agropaments que vòlon organizar una manifestacion a Marselha.

Tanben prepausam:

  • De recercar un ritme de manifestacions d’un còp per an puslèu que cada dos ans.
  • De convidar a la manifestacion venenta de delegacions dei minoritats qu’an una granda mediatizacion internacionala, coma lei tibetans.

Sempre endavant!

Iniciativa per Occitània

l’11 d’abriu de 2008

03 April 2008

Hú Jiā condamné à 3 ans ½ de prison !!!

Dépêche Reuters tombée aujourd'hui :

BEIJING (Reuters) - A Buddhist Chinese dissident outspoken on Tibet and other sensitive topics was jailed for three-and-a-half years on Thursday, a conviction likely to become a focus of rights campaigns ahead of the Beijing Olympics.

Hu Jia, 34, was found guilty of "inciting subversion of state power" for criticizing the ruling Communist Party, a verdict that drew quick condemnation from the United States.

"In this Olympic year, we urge China to seize the opportunity to put its best face forward and take steps to improve its record on human rights and religious freedom," the U.S. Embassy said in a statement.

The official Xinhua news agency said Hu had made a "confession of crime and acceptance of punishment", leading the court to issue a relatively light sentence. Hu's lawyers said he had acknowledged "excesses".

"In the end, I think that he came to accept that some of his statements were contrary to the law as it stands," said defense lawyer Li Jinsong. Hu has 10 days starting on Friday to decide whether to appeal, but Li said he was unlikely to do so.

The "inciting subversion" charge can attract a jail term of five years or longer, and before the hearing Hu's other lawyer, Li Fangping, said a long sentence was likely.

After the sentencing he denounced it as nonetheless unjust.

"It's the defense position that citizens have the right to free speech," Li Fangping told reporters outside the court.

"The law on inciting subversion of state power doesn't have a clear boundary, but the Constitution guarantees citizens freedom of speech."

China's Foreign Ministry defended the verdict and said critics were meddling in the country's internal affairs.

Another Chinese dissident, Yang Chunlin, who called for human rights to take precedence over the Olympic Games, was sentenced to five years in jail in late March for the same crime.

The court heard that from August 2006 to October 2007, Hu published articles on overseas-run Web sites, made comments in interviews with foreign media and "repeatedly instigated other people to subvert the state's political power and socialist system", Xinhua said.

DOZENS OF WELL-WISHERS

Dozens of well-wishers gathered outside the court to express support for Hu and rowdily air their own grievances, milling around with the foreign reporters and diplomats who were excluded from entering the court.

"Hu Jia is a hero to us because he stood up to speak out, so we should also speak out," said one of the supporters, Li Hai.

United Nations High Commissioner for Human Rights Louise Arbour voiced concern at Hu's conviction.

"We continue to be concerned about a number of cases including Hu Jia, in which it seems national security issues are being used as grounds to curtail social activism by human rights defenders," said her spokesman Rupert Colville.

Mark Allison of Amnesty International added: "This verdict is a slap in the face for Hu Jia and a warning to any other activists in China who dare to raise human rights concerns publicly."

Starting with advocacy for rural AIDS sufferers, Hu emerged as one of the nation's most vocal advocates of democratic rights, religious freedom and self-determination for Tibet, recently shaken by protests and a security crackdown.

U.S. Secretary of State Condoleezza Rice raised Hu's case when in Beijing in February, and the European Union and other Western governments have also pressed China on the matter.

Hu's relatively rapid trial suggested authorities wanted to get it out of the way well before the Beijing Olympics in August, said Joshua Rosenzweig of the Duihua Foundation, a San Francisco-based group that works to free Chinese political prisoners.

Hu was detained by police in late December after spending more than 200 days under house arrest in a Beijing apartment complex.

His wife, Zeng Jinyan, who has also often criticized the Chinese government, and their infant daughter remain under house arrest and their telephone is cut off.

Zeng attended the hearing, emerging with her baby from the courthouse visibly upset before being whisked away in a police vehicle.

State security criminal cases, such as Hu's, have been rising, with 742 last year, John Kamm of the Duihua Foundation told reporters in Beijing.

With mounting arrests in Tibet after protests and unrest there, Kamm said 2008 was likely to be "a bumper year" for such cases.

La « société harmonieuse » sert de paravent à la pire autocratie. Le masque de la RPC est définitivement tombé, et le visage qu'il dissimulait est hideux.

01 April 2008

Encore sur le Tibet / Ancora Tibet

Ce qui me désespère, c'est de voir que même des Chinois a priori ouverts et de bonne foi relaient le discours du gouvernement [rappelons-le : autoritaire et non démocratiquement élu] de Pékin.
Le cœur du problème, pour moi [ce n'est pas de moi, je l'ai lu je ne sais plus où], c'est que (intellectuellement parlant) les Chinois vivent au XIXme siècle, à l'époque des nationalismes, alors que nous, nous vivons au XXIme siècle. Malgré quelques petites résurgences de-ci de-là, le patriotisme, la ligne bleue des Vosges, les méchants Boches, nos ancêtres les Gaulois, c'est ringard, c'est mort et enterré — d'autant plus que nous avons gagné toutes les dernières guerres et donc nous n'avons pas de problèmes de ressentiment chauvin ou d'irrédentisme. Les Chinois, eux, semblent sortir du film Hibernatus : on les a congelés au XIXme siècle, à l'époque où les puissances occidentales les avaient humiliés et pillés, et ils ont ce ressentiment très fort et cette envie de revanche. À plus ou moins juste titre, ils ont également l'impression que l'Occident a deux poids deux mesures vis-à-vis d'eux.

Alors que faire pour sortir du dialogue de sourds ? Pour moi, il est essentiel que les Chinois se dessillent les yeux par eux-mêmes. Plus on insistera sur le Tibet, plus ils s'arc-bouteront sur leurs certitudes d'être « persécutés » par les méchants media occidentaux à la solde de la « clique » du Dalai Lama ! Il faut donc soutenir des personnes comme Yáng Chūnlín ou Hú Jiā (http://www.guardian.co.uk/world/2008/mar/25/china.humanrights http://www.liberation.fr/actualite/monde/317327.FR.php) : le salut de la Chine doit venir des Chinois eux-mêmes. Et il faut cesser de diaboliser les Chinois (ce que par ailleurs le Dalai Lama se refuse à faire).

Un'intervista interessante sul mani dell'altroieri:

Amnesty: «No al boicottaggio»
Su Tibet e Olimpiadi di Pechino, parla Paolo Pobbiati, presidente di Amnesty International: «È l'occasione per non voltare più la testa di fronte ai diritti umani»
Tommaso Di Francesco

Abbiamo rivolto alcune domande a Paolo Pobbiati, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International che ha coordinato il lavoro di ricerca e le campagne sui paesi d'Estremo oriente, specialmente Cina e Tibet, di cui è profondo conoscitore.
Amnesty dice «no al boicottaggio delle Olimpiadi, compreso quello della cerimonia di apertura», discostandosi dalla Lega dei diritti dell´Uomo con cui ha promosso la «moratoria della pena di morte» in occasione delle Olimpiadi di Pechino...
Quanto accade in Tibet è parte di una questione più ampia che riguarda tutta la Cina. L'impressionante sviluppo di questi ultimi venti anni non ha avuto una corrispondenza in una crescita anche nel campo del rispetto dei diritti. La Cina sta vivendo la contraddizione di una società che si sta modernizzando ma che non riesce a metabolizzare il dissenso, ovvero un aspetto assai importante di una società moderna. La risposta è spesso la repressione: in Tibet questa contraddizione è più evidente per le spinte autonomiste, ma la logica è la stessa che porta a colpire dissidenti, giornalisti, chi cerca di difendere i diritti dei propri concittadini, come avvocati, sindacalisti, rappresentanti di comunità. C'è poi una massa di decine di milioni di cinesi che, se rappresenta in quanto mano d'opera a basso costo uno dei motori del miracolo economico, di fatto rimane tagliata fuori dai suoi vantaggi e comincia a reclamare la sua parte. Proprio le Olimpiadi faranno sì che gli occhi del mondo siano da qui all'estate puntati sulla Cina e questo renderà maggiormente evidenti queste contraddizioni. Starà ai cinesi cogliere l'opportunità di affrontarle con una chiave diversa da quella repressiva, ma la comunità internazionale ha un ruolo molto importante nel supportare questo processo.
Conoscendo Cina e Tibet, quale giudizio dà dei moti di Lhasa?
La nostra posizione è netta ed è di condanna verso chi ha compiuto atti di violenza, ma lo è altrettanto per l'uso sproporzionato della forza da parte delle forze di sicurezza cinesi, anche verso chi manifestava pacificamente. Chiediamo che a tutte le persone arrestate possano essere garantiti i diritti fondamentali che spettano a chiunque si trovi in custodia o in detenzione in ogni parte del mondo e che possa essere l'Onu con una missione indipendente ad accertare quanto realmente avvenuto. Ma credo che ai tibetani spetti anche una risposta chiara sul loro futuro e se il loro destino potrà essere solamente quello di arrendersi al pensiero unico cinese. Come ogni popolo che si trova in situazioni analoghe, i tibetani sono esasperati dalla sistematica negazione dei loro diritti fondamentali e dall'altrettanto sistematico smantellamento della loro cultura e identità nazionale; in più sono schiacciati da una massa crescente di coloni han invogliati a trasferirsi in Tibet da un sistema di facilitazioni economiche e fiscali che dà loro vantaggi considerevoli. Teniamo presente che i tibetani in molte di queste zone fanno parte della fascia più povera ed emarginata della società. E' logico che a fermenti indipendentistici si vadano a mescolare ragioni di malcontento economico e sociale. Non è difficile immaginare che in Cina anche altri soggetti coglieranno questo momento. Oltre ai tibetani ci sono gli uighuri, popolazione di etnia turco-mongolica che vive nel Xinjiang, la regione più occidentale della Cina, che ha un movimento indipendentista anche più radicale di quello tibetano. Una chiave interessante di lettura è che la situazione sembra essere sfuggita di mano anche al Dalai Lama, da sempre sostenitore della più assoluta non violenza e del dialogo con i cinesi. È un elemento di novità. Pur essendo riconosciuto come leader indiscusso, c'è una generazione di tibetani che oggi è pronta a passare a metodi di lotta meno concilianti. In questo vedo non solo il rischio di una frammentazione e di una perdita di controllo delle frange più estremiste, ma quello più grosso di una sconfitta che è soprattutto della comunità internazionale. Che sta dimostrando di essere molto più capace di ascoltare chi impugna un fucile che chi chiede in maniera non violenta il rispetto dei propri diritti, come i tibetani hanno fatto sinora senza risultati. Come l'oblio nel quale sono cadute le proteste dei monaci birmani.
Che pensa sia del trasversale e ambiguo movimento «filotibetano» sia dei non limpidi «filocinesi» schierati con gli interessi del capitalismo globalizzato?
Quello che mi preme di più oggi è il rimarcare che la comunità internazionale sta rendendosi forse conto della pericolosità della sua sostanziale inazione negli ultimi due decenni. È forse il primo importante «effetto Olimpiadi», che però non sembra toccare ancora l'amministrazione Usa che, in concomitanza con i fatti di Lhasa, derubricava la Cina dai paesi maggiori violatori dei diritti umani, in una sorta di captatio benevolentiæ verso un partner economico decisivo in questi tempi. Non è solo la Cina a giocarsi molto in queste Olimpiadi: se la comunità internazionale non smetterà di voltare la testa di fronte alla situazione dei diritti umani per rivolgere lo sguardo solo verso le molte opportunità economiche che la Cina offre, l'enorme influenza su tutte le dinamiche globali che nel prossimo futuro questo paese avrà in misura crescente porterà l'intera comunità mondiale a rimettere in discussione il sistema di protezione e tutela dei nostri diritti fondamentali. Allora sì che sarà troppo tardi.

27 March 2008

Mozzarella alla diossina: bufala o pericolo vero?

Dal mani di ieri:

Stop del Giappone alle mozzarelle
Dopo la Corea del Sud anche Tokyo blocca i latticini prodotti in Campania. La Ue all'Italia: spiegazioni entro giovedì
Francesca Pilla
Napoli

«Ma che tipo di ricotta hai messo nella pastiera?». «Quella confezionata, ovvio, i nostri latticini non li compro più. Anzi ti dirò non mangio niente, né frutta né verdura del casertano». «Ma non risolvi, con la grande distribuzione i prodotti vengono comprati lì mandati al nord per essere confezionati e rispediti nei nostri supermercati». «Io mi fido del mio palato. Ieri ho mangiato delle carote che facevano schifo, ho guardato la provenienza erano state coltivate ad Acerra».
Gesticolano sguaiatamente e animano la loro conversazione sui pranzi post-pasquali, due donne con figli nel carrello, tra i reparti di un supermercato al centro di Napoli. Uno dei centinaia di dialoghi tutti uguali tra gli scaffali stracolmi della mozzarella invenduta, e i ripiani vuoti delle carni. Nel 2001 era il contrario, erano i tempi della mucca pazza, all'epoca nessuno comprava la carne rossa. Sul lastrico finirono i bovari inglesi e a ruota gli italiani con i ristoratori della Toscana. I latticini invece andavano fortissimo. Poi nel 2003 arrivò l'Aviaria a flagellare gli allevatori di ovini in tutto il mondo e la lancetta dei consumi di rossa decollò. Oggi ad alimentare una nuova psicosi è la mozzarella alla diossina. Sarà la «terza piaga» destinata ai pizzaioli globali? Si potrebbe dire che il libero mercato si autoregola e avrebbe ragione Adam Smith, ma non è così. Sono i piccoli produttori a rimetterci, chiudono i battenti e non li riaprono. E come a vendicarsi delle accuse all'Asia sui polli malati, il primo stato a mettere l'embargo alla mozzarella campana è stata la Corea del Sud. Seul ne ha vietato il consumo ai coreani che ne vanno matti, compromettendo un commercio di circa 10 tonnellate l'anno. Ma Tokio? Ha seguito o meno i coreani, mettendo a rischio l'export di altri 329mila kg di mozzarelle, pari a un valore di 2,3 milioni di euro?
Nel pomeriggio si diffonde la notizia: il Giappone ha chiuso le frontiere già da venerdì. Partono le telefonate "diplomatiche", sono interpellati gli ambasciatori. La sinistra arcobaleno sottolinea: «Allarme eccessivo, ma bisogna partire subito con la bonifica dei territori». Il Pd di Bassolino tace. A sera il consorzio di tutela della mozzarella dop. ratifica: «In Giappone ci sono solo maggiori controlli su tutti i latticini italiani». Esulta l'assessore regionale Andrea Cozzolino: «E' una bufala». Riprende la parola quello della sanità Angelo Montemarano: «Siamo gli unici ad avere istituito un Osservatorio per la sicurezza alimentare». Ma i commercianti casertani, 1900 allevamenti e 25mila addetti, non si sentono per nulla sollevati: dopo l'effetto-rifiuti che ha tagliato le gambe ad albergatori e tour operator, potrebbero essere i prossimi. Il consumo è già calato del 35% e a rimetterci le "bufale" potrebbero essere anche la Puglia e il basso Lazio.
La Cia, la Confindustria degli agricoltori, tenta di sdrammatizzare: «Bene ai controlli, ma senza caricarli di enfasi». Troppo tardi lo scandalo ha già fatto il giro del mondo: New York Times, The indipendent, The Herald Tribune.
Ma quanto c'è di vero in questo allarme? L'inchiesta della procura di Napoli che ha fatto scattare i controlli del Noe e dei Nas ha messo sottosopra oltre 200 aziende. Di queste sono già state esaminate 80 e solo in due casi si è accertato lo sforamento minimo dei livelli di diossina: tra i 6,2 e i 6,8 picogrammi contro i 6 consentiti dalla legge. Dall'Ue non si sbilanciano: «Per ora non abbiamo prove» si è limitata a commentare la portavoce del commissario Ue all'ambiente, Stavros Dimas, ma poi Bruxelles ha chiesto i risultati delle analisi entro due giorni.
In realtà se diossina ci fosse nel latte delle bufale, questa non sarebbe stata prodotta negli ultimi mesi con l'emergenza rifiuti. In questo gli esperti concordano, la diossina si produce solo con le combustioni, ma le quantità che penetrano nel terreno, entrano in circolo nelle falde acquifere e ritornano nell'erba mangiata dalle bufale non potrebbero essere state provocate dai roghi della disperazione. Piuttosto si tratta di un territorio, quello casertano, devastato dai traffici illeciti, come possono essere i falò per estrarre il rame o per far sparire rifiuti pericolosi. E in ogni caso si tratterebbe di un inquinamento di lungo periodo e già ampiamente esportato.

22 March 2008

le Kriegspiel de Guy Debord

Le wargame de Guy Debord in situ
«Kriegspiel» est l’adaptation d’une œuvre de l’écrivain inventée en 1965.
Sébastien Delahaye
Libération, lundi 17 mars 2008

«Et allez donc !, vous vous dites. Un jeu vidéo inspiré par Guy Debord maintenant ! Qu’est-ce qu’ils sont encore allés chercher pour faire leurs intéressants à Libé, hein.» N’empêche, oui, un jeu Debord. Et guerrier, en plus. Car Kriegspiel est un wargame informatique pur jus, avec deux camps qui s’affrontent à mort. Apparu il y a dix jours sur le Net, le jeu n’est pas encore tout à fait terminé, mais une préversion tout à fait jouable est d’ores et déjà disponible (1).

Kriegspiel vient de loin : en 1965, l’auteur de la Société du spectacle imagine son propre wargame , un jeu de société intitulé Le Jeu de la guerre et en dépose le brevet . Et c’est du sérieux, à en lire la description : «L’ensemble des rapports stratégiques et tactiques est résumé dans le présent Jeu de la guerre selon les lois établies par la théorie de Clausewitz, sur la base de la guerre classique du XVIIIe siècle, prolongée par les guerres de la Révolution et de l’Empire.» Avec un but : «On peut dire du Jeu de la guerre qu’il reproduit exactement la totalité des facteurs qui agissent à la guerre, et plus généralement la dialectique de tous les conflits.»

En 1977, une édition très limitée du jeu sort avec un plateau en tissu et des pions gravés par un artisan. Il est rapidement épuisé. Le jeu ne sera pas réédité, mais Debord sort en 1987, avec son épouse Alice Becker-Ho, un livre reprenant les règles du jeu (2). En 2007, le livre est également pour la première fois traduit en anglais.

C’est ainsi que le collectif d’art logiciel new-yorkais RSG (Radical Software Group) le découvre. «L’idée d’adapter le jeu est venue d’un intérêt persistant pour l’œuvre de Guy Debord, ses pensées politiques, son caractère acerbe, sa critique inlassable, explique Alexander Galloway, porte-parole de RSG. Le jeu est un travail d’étude et de recherche historique. Notre version informatique est une tentative de traduire les thèmes de Debord en langage contemporain, et ainsi d’en renouveler l’intérêt et de mieux comprendre son héritage. Quand Debord a créé le jeu, les ordinateurs personnels n’existaient pas. Le jeu informatique est à la fois un hommage à Debord et une transformation au niveau du code.»

En pratique, ça donne un plateau de jeu rectangulaire virtuel de 500 cases, sur lequel on placera notamment d’infranchissables montagnes, des forteresses et des unités combattantes (infanterie, cavalerie, artillerie…). A charge pour chaque joueur de gérer les déplacements, les attaques et les défenses de ses unités de la manière la plus efficace possible. D’autant qu’il faudra prendre en compte les communications, autrement dit la capacité des unités, selon leur placement, à recevoir des ordres.

«Bonus cachés». Les règles du Je u de la Guerre, si elles ne sont pas très complexes, sont longues et précises, et ouvrent à des possibilités tactiques innombrables. Kriegspiel fonctionne à l’identique du jeu de Debord. Les développeurs ont même refusé d’imaginer la possibilité de jouer seul contre l’ordinateur : «Guy Debord a créé son jeu comme un outil pour apprendre la stratégie face à un adversaire réel. La version informatique se joue donc en ligne contre un autre joueur.» Mais cette apparente fidélité n’a pas empêché RSG de prendre quelques libertés avec le jeu d’origine : «Nous sommes en train d’inclure dans le jeu des bonus cachés que les joueurs pourront découvrir, confie Alexander Galloway. Nous aimerions notamment en rajouter un qui modifie complètement le jeu, pour des raisons entièrement historiques. Debord a écrit dans ses lettres que le jeu était une simulation de la guerre telle qu’elle existait au XVIIIe siècle. Aujourd’hui, la guerre est différente. Nous sommes en train de nous demander comment réimaginer le jeu autour du principe de la guerre asymétrique qui domine aujourd’hui partout dans le monde : le combat urbain, les armes non conventionnelles, les tactiques de guérilla, l’organisation en cellules…»

Code source ouvert. Pour illustrer le terrain et les unités, RSG a fait appel à l’artiste israélien Mushon Zer-Aviv (3), qui a donné au jeu une apparence unique et surprenante, mélange de jeu vidéo et de jeu de plateau. Un style graphique clair et sobre, qui fonctionne à merveille durant les combats. Le collectif de développeurs américains ne sait pas quand la version finale de son Kriegspiel, mi-œuvre d’art, mi-wargame, sera disponible, mais imagine que son code source sera ouvert à tous, pour que chacun puisse l’amender et qu’il restera gratuit.

(1) http://r-s-g.org/kriegspiel/

(2) Le Jeu de la guerre, Guy Debord et Alice Becker-Ho, Gallimard, réédité en 2006.

(3) http://www.shual.com/

20 March 2008

Les Verts contre la création d'un Secrétariat d'État au développement de la Région Capitale

La nomination d'un Secrétaire d'Etat au développement de la Région Capitale , qui va à l'encontre du processus de décentralisation mis en œuvre depuis 1982, est un scandale politique et une aberration économique.

C'est un scandale politique : En créant pour la première fois de l'histoire de la République un ministère à compétence territoriale, le gouvernement manifeste à nouveau sa volonté de reprise en main et de mise sous tutelle de la Région Ile-de -France et de Paris. Au lendemain d'un scrutin qui a placé la gauche et les Verts en tête en Ile-de-France, il s'agit là d'une reprise en main des affaires régionales. Les Verts dénoncent le scandale démocratique d'un retour à un jacobinisme d'un autre temps. Les Verts regrettent le mépris ainsi affiché pour les Franciliennes et Franciliens qui ont clairement opté, en 2004 et 2008, pour un autre mode de développement pour l'Île-de-France, en choisissant dans les urnes de faire confiance à la gauche et aux Verts. Le Schéma directeur de la Région Ile-de -France (SDRIF), adopté par la majorité régionale et la majorité des départements, constitue un projet de territoire écologiquement soutenable, économiquement et socialement juste ; il convient de le mettre en œuvre.

C'est une aberration économique : L'Île-de-France, 1,8% du territoire de la France, représente déjà 18% de sa population, 22% des emploi, 27% du PIB de la France ! La France c'est encore « Paris et le désert français » selon la fameuse formule (1947) de Jean-François Gravier , malheureusement toujours d'actualité. Les Verts dénoncent cette volonté de développer encore la région parisienne au mépris de 80% de la population française. Les Verts prônent au contraire un développement équilibré du territoire français qui améliorerait le cadre de vie des franciliens, tout en permettant aux habitants des régions qui le souhaitent de pouvoir « vivre et travailler au pays ».

Les Verts dénoncent donc radicalement la logique sous-jacente à la création d'un Secrétariat d'État au développement de la Région capitale. Ils seraient en revanche favorables à la création d'un grand « Ministère à la Régionalisation et aux Langues et Cultures régionales », qui porterait un renforcement du pouvoir des Régions dans la perspective du fédéralisme différencié que nous défendons. Les Verts rappellent en effet leur attachement au renforcement des compétences des régions et des intercommunalités – à élire au suffrage universel direct – pour aboutir à la suppression des départements. Parti régionaliste, nous défendons le projet politique d'une Europe des Régions, écologiste, solidaire, démocratique, et militons pour une plus grande démocratie de proximité.

La Commission Régions et fédéralisme des Verts est le groupe de travail des Verts sur la question du fédéralisme et de la diversité Voir le site

Finalemente un articolo serio sul Tibet

dal mani di ieri:

Il ginepraio tibetano radice antica della rivolta
Dal VII secolo a oggi i tibetani hanno percepito la Cina alternativamente come antagonista o protettrice, ma la convivenza è sempre stata difficile, talvolta tragica, per gli errori delle classi dirigenti
Erberto Lo Bue

La rivolta tibetana in corso è un po' diversa da quella del 1989 e coinvolge ampi strati della popolazione laica. Non è interpretabile come un evento orchestrato dal governo del Dalai Lama e impone una riflessione storica. Dal VII sec. d.C. a oggi i tibetani hanno percepito la Cina alternativamente come paese antagonista o protettore. In epoca monarchica i tibetani si scontrarono con i cinesi per il controllo della Via della Seta e i trattati di pace fra i due paesi furono suggellati da matrimoni di sovrani tibetani con principesse cinesi, due delle quali svolsero un ruolo importante nella prima diffusione del buddhismo in Tibet. L'interesse tibetano per altri aspetti della cultura cinese - astrologia, geomanzia, medicina, abbigliamento e anche cucina, per citarne alcuni - risale a quel periodo. A partire dall'VIII sec., tuttavia, il principale punto di riferimento culturale dei tibetani divenne l'India, dalla quale avevano derivato la scrittura e in cui riconobbero l'origine della religione da essi adottata, e da cui ereditarono anche parte delle loro conoscenze mediche e astrologiche attraverso la traduzione di migliaia di testi buddhisti dal sanscrito in tibetano.

L'obelisco di Lhasa
Il riconoscimento reciproco di Tibet e Cina fu suggellato nell'821/822 dal trattato di pace inciso su un obelisco collocato di fronte al tempio del Giokhàn, a Lhasa, che recita fra l'altro: «...Sia il Tibet sia la Cina manterranno il territorio e le frontiere di cui sono attualmente in possesso. Poiché l'intera regione a oriente è il paese della grande Cina e l'intera regione a occidente è sicuramente il paese del grande Tibet, da nessun lato di questa frontiera ci saranno guerre, invasioni ostili, conquiste territoriali...». A partire dall'XI sec. cominciarono a costituirsi diversi ordini religiosi tibetani, spesso rivali fra loro, e nuovi regni, nessuno dei quali ebbe però la capacità di riunificare il paese. Monasteri e sovrani tibetani adottarono la strategia di farsi appoggiare da tribù mongole rivali fra loro o dagli imperatori della Cina contro i loro rivali tibetani, e nel XIII sec. si sottomisero alla dinastia mongola che avrebbe governato la Cina con il nome di Yuan. Nel XVII sec. l'ordine religioso capeggiato dai Dalai Lama riuscì a imporre il suo dominio su tutto il Tibet grazie all'appoggio mongolo e all'istituzione di un sistema ierocratico. Dopo il crollo della dinastia mancese - che nel 1720 aveva ridotto il Tibet a protettorato - l'aristocrazia tibetana cominciò a dimostrare interesse per l'Occidente, ma il clero si oppose a ogni apertura e nel 1923 fece chiudere la scuola inglese di Gyantsé, accusata di insegnare dottrine - le scienze - non conformi alla tradizione. Alla fine del 1949 l'Esercito popolare di liberazione iniziò l'occupazione del paese; le operazioni militari si conclusero nel marzo del 1959 con la repressione della rivolta di Lhasa, seguita dalla fuga in India e Nepal di un centinaio di migliaio di persone appartenenti a tutte le classi sociali. A quella «liberazione» seguì la Grande rivoluzione culturale proletaria, con la distruzione della quasi totalità dei monasteri e castelli, il divieto di professare la religione e la collettivizzazione forzata. Gli atti vandalici perpetrati dalle Guardie rosse nel Giokhàn di Lhasa il 26 agosto 1966 segnano convenzionalmente l'inizio della Rivoluzione culturale in Tibet, ma le testimonianze fornite dai monaci indicano che le distruzioni erano iniziate in precedenza. L'espressione occidentale «genocidio culturale» potrebbe applicarsi bene a quel periodo, non a quello attuale. La resistenza tibetana all'occupazione cinese iniziò nel Tibet orientale, ma nel 1958 vari raggruppamenti di guerriglieri si riunirono sotto un solo comando con sede nel Tibet meridionale. La Cia iniziò ad appoggiare la guerriglia tibetana, che cessò nel 1974 con lo smantellamento delle ultime basi nel Mustang, in territorio nepalese. Dopo la caduta della Banda dei Quattro la resistenza fu condotta pacificamente soprattutto da religiosi appartenenti all'ordine del Dalai Lama. La liberalizzazione del Tibet iniziò nel maggio del 1980, dopo la visita del segretario del Partito comunista cinese nella Regione Autonoma del Tibet e la successiva rimozione del segretario del Partito comunista tibetano. Da quel momento i tibetani poterono nuovamente professare la loro religione e anche studiare la loro lingua. Dall'inizio degli anni Ottanta sono stati pubblicati numerosi testi tradizionali d'argomento religioso, storico, medico, astrologico e grammaticale, ai quali si aggiungono dizionari, riviste e anche un quotidiano, tutti in lingua tibetana. La scrittura tibetana appare sulle banconote della Repubblica popolare, mentre le scritte e i cartelli in Tibet sono generalmente bilingui. Queste concessioni non hanno però significato piena libertà di parola, di stampa e di associazione. La maggior parte della gente evita di esprimere le proprie idee politiche e tace completamente su certi temi. Le contestazioni sui luoghi di lavoro e le rivolte nei monasteri vengono pacificate mediante l'invio di funzionari di partito, che costringono i rivoltosi al dialogo e alla discussione. In questo genere di incontri alcuni tibetani hanno trovato il coraggio di accusare la Cina di «imperialismo», esponendosi tuttavia a loro volta all'accusa di «separatismo», con cui viene tacciata qualunque opposizione all'occupazione cinese: per la maggior parte dei cinesi, del tutto indipendentemente dal loro credo politico, il Tibet è inseparabile dalla Cina, anche se viene percepito come un luogo esotico e spirituale, proprio come nell'immaginario occidentale, che sul Paese delle Nevi continua a proiettare le proprie fantasie, senza aiutare i tibetani a maturare culturalmente e politicamente. Questa percezione è legata al fatto che due dinastie, gli Yuan e i Qing, sottomisero effettivamente il Tibet; ma ambedue erano straniere e conquistarono la stessa Cina. Tale unità non viene comunque percepita dai tibetani, che occupano un territorio con caratteristiche etno-linguistiche, culturali, religiose, economiche e sociali del tutto particolari.

Nuova ricchezza, vecchi rancori
I tibetani contribuiscono oggi alla creazione di una nuova ricchezza e beneficiano su larga scala di innovazioni inimmaginabili prima del 1959: scuole, ospedali (anche di medicina tradizionale), strade carrozzabili, veicoli e macchinari a motore, energia elettrica, telegrafo, telefono, radio, televisione e perfino gabinetti pubblici si trovano ormai in tutte le città. Queste ultime sono state tuttavia fortemente sinizzate in seguito all'arrivo di diecine di migliaia di immigrati cinesi, percepiti dai tibetani come stranieri anche perché incapaci di parlare tibetano: eccetto coloro che beneficiano dell'attuale assetto politico, i tibetani non nutrono simpatia per i cinesi. Le autorità cinesi hanno tentato di coinvolgere i tibetani nell'amministrazione e nella trasformazione dell'economia del paese, investendo in Tibet ingenti capitali. Tuttavia i loro sforzi per conquistarsi il cuore dei tibetani non hanno conseguito il risultato politico sperato. La popolazione continua a considerare i cinesi come occupanti stranieri, e a loro volta i cinesi non capiscono e giudicano ingrato l'atteggiamento dei tibetani. La Cina riesce così a mantenere il controllo del Tibet soltanto grazie all'apparato del partito e alla massiccia presenza del suo esercito. L'invasione militare cinese - bollata da un marxista quale Bordiga come manifestazione di «conformismo nazionalcomunista» -, la distruzione della maggior parte del patrimonio culturale tibetano ad opera delle Guardie rosse e la colonizzazione cinese hanno rappresentato tre gravi errori politici difficilmente rimediabili, che hanno provocato la nascita di un moderno nazionalismo tibetano e non sono riusciti a cancellare la fede buddhista con cui tibetani si identificano da un millennio. Agli errori della classe dirigente cinese si aggiungono quelli della classe dominante tibetana, che non si mise in discussione, ma fino alla metà del secolo scorso gestì il paese come avrebbe potuto fare nel XIII sec. e non preparò il paese ai grandi cambiamenti. Così i tibetani si trovarono del tutto impreparati di fronte all'occupazione cinese. Sino a oggi il governo di Pechino è riuscito a fare amministrare il Tibet da tibetani iscritti al partito e obbedienti a pochi alti funzionari cinesi, ma non rappresentativi della maggioranza della popolazione tibetana. Dal 1959 esistono così diverse realtà tibetane, sia in Tibet sia nella frammentata diaspora tibetana, che fa capo a un governo democraticamente eletto, in India. I tibetani della diaspora si sono occidentalizzati, anche se la loro cultura è controllata dal clero, che prospera grazie anche a un forte sostegno occidentale. L'incapacità della diaspora tibetana di rinnovarsi culturalmente in senso davvero laico è dimostrata dall'assenza di un'università che faccia da contrappeso all'Università del Tibet, la quale da anni collabora con università europee e statunitensi anche attraverso lo scambio di studenti. La mancata formazione di una classe politica tibetana veramente rappresentativa, buddhista ma laica, ha ridotto le possibilità di dialogo con le autorità di Pechino, prive di interlocutori seri e carismatici, fatta eccezione per il Dalai Lama, che fortunatamente è un pacifista sincero: non chiede l'indipendenza del Tibet, ma ne auspica una vera autonomia, condanna qualunque violenza, anche quelle di parte tibetana, e non vuole che gli attuali scontri diventino un pretesto per mettere in crisi i giochi olimpici, che anche nelle intenzioni del loro ideatore non debbono diventare un'arena politica. Al di là di questo, tibetani e cinesi sembrano condannati a una difficile convivenza dai gravi errori politici commessi dalle loro rispettive classi dirigenti.

17 March 2008

Explosion en plein vol

L'image de pays moderne et responsable que la Chine s'était patiemment construite, en prévision des Jeux Olympiques, vient d'exploser en plein vol — et justement à cause des Jeux Olympiques. Obsédées par leur objectif de Jeux se déroulant dans un climat propret et aseptisé, les autorités de la RPC n'ont pas pu tolérer les activités de Hú Jiā (dont le procès devrait commencer demain) ni les manifestations des Tibétains (réprimées dans le sang) et ont montré leur vrai visage, celui de post-staliniens aux commandes d'un État policier. Le roi est nu.

Lefebvre m'écœure

Lefebvre a refusé la fusion avec la liste des Verts pour le second tour des municipales. Il n'y aura donc pas d'élu vert au conseil municipal, et Lefebvre pourra continuer tranquillement sa politique de bétonnage et de destruction d'espaces verts de la ville. Ségolène Royal avait fait environ 60% au second tour des présidentielles, la somme des voix de gauche au premier tour des municipales était également d'environ 60%, en revanche Lefebvre n'obtient que 51% environ au second tour. Qu'il se méfie... ses méthodes d'autocrate ne dureront qu'un temps ! Tôt ou tard, il passera sous la barre des 50% s'il continue ainsi.

02 March 2008

Vacances & campagne

Pendant que je suis tranquillement en vacances à l'autre bout du monde, la campagne pour les élections municipales bat son plein... VOTEZ VERT !!!